Tutti noi, nella vita, abbiamo un obiettivo.
All’inizio pensavo che fosse lo stesso per tutti: rendere il mondo un posto migliore, essere felici, procreare per prolungare la nostra discendenza e la nostra influenza.
Poi ho capito, mio malgrado, che le cose sono un tantino più complicate.
Non funzioniamo tutti allo stesso modo.
“La mappa non è il territorio”, dicono i più consapevoli tra i guru contemporanei.
Io, Debora, voglio vedere felici le persone che amo, felici le persone intorno a me e, di conseguenza, voglio essere felice anch’io.
Il signor Rossi — anzi, chiamiamolo “Wang”, per dare a questo articolo un tocco di internazionalità attualizzata — magari ha come unico obiettivo essere felice lui stesso, senza figli fastidiosi tra i piedi.
Forse la signora Smith vuole semplicemente farsi i fatti suoi ed essere felice a qualsiasi costo.
La felicità non è uguale per tutti
E poi c’è un altro punto: essere felici non significa la stessa cosa per tutti.
Chiariamoci subito.
Per me, essere felice significa trovarsi in quello stato in cui, nella consapevolezza della propria esistenza, si coglie il valore e la magia che pulsano dentro.
È quella condizione che ti fa stare bene fisicamente e mentalmente nonostante l’imperfezione della tua vita.
Nel mio pensiero di quarantacinquenne, questo è l’obiettivo dell’esistenza umana.
Un obiettivo sottile, spesso inconsapevole, rinnegato, dimenticato, sconosciuto, svalutato.
Imperfezione, paura e delega della felicità
“Nonostante l’imperfezione della tua vita.”
Dentro quella parola — imperfezione — c’è un’enciclopedia intera di condizionamenti, paure, manie di persecuzione e lezioni di vita mai imparate.
Così, considerando la mia mappa (che, appunto, non è il territorio), per anni mi sono anche un po’ illusa.
Ho iniziato a pensare che un obiettivo comune a ogni essere umano fosse rendere migliore il mondo partendo da ciò che è.
Perché, alla fine, se tu punti a essere felice in modo sano, diventi anche una fonte preziosa per il mondo.
Se tu sei felice, fai del bene agli altri.
E facendo del bene agli altri, fai bene al mondo.
Il mondo è un posto potenzialmente straordinario.
Dal più trascurato dei batteri alla grandiosità di una catena montuosa.
Un mondo straordinario.
Noi compresi.
Il problema è che non ne siamo sempre consapevoli.
Lo scopriamo e ce ne dimentichiamo, continuamente.
Anche il più perfido, disumano e crudele degli stronzi è un essere potenzialmente straordinario.
Lo so: è una magra consolazione quando si soffre, quando la vita appare ingiusta.
Spesso è la paura che ci fa sbagliare punto di vista.
Quando hai paura, tutto si deforma. Si storpia.
E, il più delle volte, non sappiamo nemmeno di avere paura.
Un esempio di paura nascosta?
La delega della felicità.
Quando dai alle persone, alle cose o al giudizio altrui il potere di renderti felice o infelice, tutto diventa instabile. Tutto è a rischio.
La mappa non è il territorio: consapevolezza e realtà
Noi, in quanto vivi, siamo la prova della straordinarietà del mondo.
Lo siamo in quei brevi istanti di consapevolezza che, a volte, ci colgono all’improvviso.
Durano un attimo, ma racchiudono una magia incommensurabile.
Non si insegna con le parole.
Non esistono cattedre ufficiali né maestri laureati.
Ognuno diventa maestro inconsapevole, senza voler insegnare nulla.
Il territorio, in questo caso, è il nostro contesto di vita:
la famiglia, i figli, gli amici, la scuola, l’azienda, il market sotto casa, la parrucchiera di fiducia, il panettiere, la cassiera, l’assemblea condominiale, il passante, il cugino. Tutto il resto.
La mappa è la consapevolezza della straordinarietà della tua vita.
Quello che rimane quando togli la paura.
Per qualcuno la felicità è andare altrove:
un posto più bello, più naturale, magari un’isola con l’IVA sotto il 5%.
Per altri è vivere circondati da persone migliori, meno globalismo, più tradizioni autoctone, meno inquinamento, meno violenza.
Io, nella mia visione forse un po’ illusa, ho imparato a vedere la felicità dappertutto.
Ho conosciuto l’universo come un alleato, con un piano complesso che spesso non capisco.
Come migliorare il mondo, nel concreto
E allora mi chiedo:
come posso io, nella mia insignificante piccolezza, migliorare il mondo?
Un mondo fatto di sofferenza, ingiustizia, corruzione, morte, crudeltà.
Cosa posso fare io, che sono solo io?
Se puoi aiutare qualcuno, aiutalo.
Se puoi insegnare qualcosa, insegnala come puoi.
Se hai sbagliato, migliora. Non è mai troppo tardi.
Sorridi, non perché devi, ma perché la vita è straordinaria.
Sii gentile, non perché lo richiede la civiltà, ma perché hai capito qualcosa che io non posso spiegarti.
Esisti.
Non solo come corpo che si veste, consuma e si adatta,
ma come scintilla di magia parte di un piano incomprensibile e, forse proprio per questo, perfetto.
Un legame alla volta, resta felice.
Non per i figli, non per l’onore, non per la religione che hai scelto.
Resta felice perché, dopotutto, è così che il mondo diventa un posto migliore.
