Ho perso un volo per la Thailandia per colpa del passaporto di mio figlio

Qualche giorno fa ho deciso, insieme al mio fidanzato-compagno-marito, di fare qualcosa che non avevo mai fatto prima.

Prenderemo un volo intercontinentale e arriveremo in Thailandia.

Lo farò portandomi dietro la mia paura di volare, il senso di colpa nei confronti dei figli, l’ansia per qualcosa che non conosco e un piccolo bagaglio a mano che, ammetto, non ho ancora preparato.

In fondo mancano ancora dodici ore alla partenza.

Ho 45 anni e ci sono tante cose che non ho mai fatto.

No, non ho una lista di esperienze da spuntare o di sogni da realizzare prima o poi.

Teoricamente vorrei andare un po’ dappertutto.

Forse perché ovunque, intorno a me, c’è qualcosa di cui meravigliarsi e non sempre sono i chilometri a fare la differenza.

Mentre mi documento su viaggi, voli e Paesi asiatici, scopro che il 2% della popolazione soffre di odofobia, la paura di viaggiare, mentre addirittura l’80%, statisticamente parlando, non prenderà mai un aereo in tutta la vita.

Mai.

Mi sento improvvisamente molto privilegiata e grata alla vita.

Sono pronta per partire.

«Passaporto e soldi»

«Quali sono le cose indispensabili per il viaggio?» chiedo al mio fidanzato, che ha viaggiato infinite volte più di me.

«Passaporto e soldi.»

Risposta secca, sicura, definitiva.

Do un’occhiata allo zainetto.

L’indispensabile c’è.

Tutto fila liscio.

Arriviamo in aeroporto con la navetta da Milano e, con calma, ci avviciniamo al controllo passaporti.

È il mio turno.

La polizia si è digitalizzata.

Entro in una gabbia di vetro, l’operatore scannerizza il documento senza guardarmi neppure in faccia.

«Impronta dell’indice destro sullo scanner, prego.»

Una telecamera mi inquadra il volto.

Mi sforzo di restare seria.

Luce verde.

È fatta.

Ora abbiamo più di un’ora di attesa prima dell’imbarco.

Ancora non riesco a crederci e, a dire la verità, preferisco non pensarci troppo perché il volo mi mette ansia.

Il momento in cui il cuore si ferma

Mancano quindici minuti all’imbarco.

Prendo il passaporto dallo zaino e, mentre osservo la gente in fila da mezz’ora, lo apro distrattamente.

Non ho mai capito perché le persone si mettano in coda così presto quando potrebbero aspettare comodamente sedute.

Guardo la foto.

Il cuore accelera.

Non è possibile.

Ditemi che non può essere vero.

Non posso aver fatto una cosa così stupida.

Nella mia testa una frase si ripete all’infinito:

Passaporto e soldi.

Passaporto e soldi.

Si esatto, passaporto e soldi.

Però il passaporto dovrebbe essere il tuo.

Non quello di tuo figlio quindicenne.

Guardo il mio fidanzato-compagno-marito e capisco che sta succedendo davvero.

Ho infilato nello zaino il passaporto di Jacopo.

Non il mio.

«Non ci credo!» esclamo con una voce che quasi non riconosco. «Questo è il passaporto di Jacopo, non il mio!»

Anche le operatrici sembrano incredule.

«Ma signora, come ha fatto a passare i controlli della polizia?»

Vorrei rispondere: “Ma io che ne so?”

Ma sono troppo impegnata a trattenere le lacrime.

Per fortuna risponde il mio compagno anche per me.

Come ho fatto a passare i controlli?

Un poliziotto mi accompagna nuovamente alla gabbia di vetro.

Nessuno riesce a spiegarsi come sia possibile e vogliono ripetere tutta la procedura.

Le lacrime iniziano a scendere.

Per la seconda volta supero i controlli digitali utilizzando il passaporto di mio figlio.

Per la seconda volta.

L’operatrice di Air Arabia mi guarda con sincero dispiacere.

«Mi spiace, signora.»

Il poliziotto mi stringe la mano.

«Purtroppo non possiamo fare nulla. Mi dispiace.»

L’aereo che parte senza di noi

Visualizzo l’aereo che decolla.

I nostri posti vuoti.

Il mio fidanzato-compagno-marito, invece, è tranquillo.

Mi tiene la mano.

«In Thailandia ci andiamo.»

«Adesso ci organizziamo.»

«Può succedere.»

«Non preoccuparti.»

Ed è in quel momento che mi sento davvero grata.

Per tutto quello che ho intorno.

Per la persona che ho accanto.

Torniamo a casa.

Valigie intonse.

Portafoglio alleggerito.

Infiniti messaggi non letti.

«Oggi ho avuto un peso sul cuore tutto il giorno pensando a te triste.»

La mia famiglia è fatta così.

Piuttosto empatica.

È bello sentirsi amati.

Sono in volo per la Thailandia. Ieri è già passato.

Le cose che non avevo mai fatto

Ho alcune cose da aggiungere alla lista (che è solo immaginaria) delle “cose mai fatte-oramai fatte”:

Prenotare un volo last minute (con scalo) per la Thailandia

Perdere un volo last minute (con scalo) per la Thailandia

Superare le barriere dei controlli Passaporto con il documento di tuo figlio quindicenne per ben due volte.

E sono solo al primo giorno del mio viaggio!

A volte parti per scoprire un Paese e finisci per accorgerti della fortuna che hai già intorno.

Un compagno che non si arrabbia. Una famiglia che soffre perché sa che stai soffrendo. E la consapevolezza che un volo perso, alla fine, è solo un volo perso.

Le persone che ami, invece, sono sempre il viaggio più bello. Sempre.

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