Perché la morte dà valore alla vita e rende prezioso il tempo che abbiamo
Forse ci manca proprio questo: vivere con la consapevolezza che moriremo.
Non voglio scrivere un articolo triste o drammatico.
Voglio provare a ragionare su un evento importante e definitivo come la morte.
È uno degli argomenti più tabù del nostro tempo.
Quello che evitiamo, che ci mette a disagio, che spostiamo più lontano possibile.
Eppure, se la vita ha così tanto valore, è proprio perché non è infinita.
So che leggendo queste parole qualcuno sentirà un leggero fastidio.
Un po’ per paura.
Come se parlare di morte potesse avvicinarla.
Un po’ perché la immaginiamo sempre lontana, qualcosa che riguarda gli altri, o un futuro indefinito.
Ma noi nasciamo, viviamo e moriamo.
Lo faremo dopo una vita piena di amore e soddisfazioni,
oppure dopo una vita attraversata da errori, frustrazioni, fragilità.
La cosa più vera è che anche chi amiamo non è infinito.
Le persone che fanno parte della nostra vita non ci saranno per sempre.
E non esisterà un momento perfetto per dirsi tutto.
Per perdonarsi.
Per capirsi davvero.
Ogni momento in cui siamo sinceri, comprensivi, autentici — è quello giusto.
Finché siamo vivi.
Il tempo è prezioso proprio perché non è infinito.
Non è una cosa triste. È una condizione che ci costringe ad andare in profondità, a cercare senso, a non rimandare sempre.
A volte, quando provo a capire, mi sembra di intuire che siamo parte di qualcosa di più grande.
Che le nostre storie si intrecciano, si toccano, si trasformano.
Forse non sappiamo davvero cosa succede dopo.
Forse non possiamo saperlo.
Ma so che nulla di ciò che abbiamo vissuto scompare del tutto.
Resta nei ricordi, nei gesti che ripetiamo senza accorgercene, nelle parole che continuiamo a dire.
Resta nel modo in cui abbiamo amato.
Me ne sono accorta pochi giorni fa, nella cucina di una donna speciale che ho dovuto salutare per sempre.
Giorno prima del funerale
Zio Momo:
“Debora, mangiati un dolcetto.”
Indica la tavola piena di dolci.
Prende una bustina con tre nevole — quei dolcetti a forma di cono abruzzesi — e me ne porge una.
La mangio. Non mi entusiasma particolarmente, ma la finisco per educazione e rispetto.
Giorno del funerale (dieci minuti prima)
La cucina è piena di gente.
Tra poco chiuderanno la bara.
Zia Filo entra, prende la bustina sul tavolo e cambia espressione:
“Oddio… e chi se l’è magnat?”
Io sono lì, appoggiata alla parete, in quella strana miscela di tristezza, ironia e imbarazzo.
“Em… io, zia. Me l’ha data lo zio Momo…”
Lo cerco con lo sguardo, ma non è lì.
“E vabbon…” dice lei, e sorride.
In fondo, tutti sappiamo cosa avrebbe detto mia nonna:
“Mangia, a nonna.”
Forse è questo che resta.
Non formule. Non certezze assolute.
Resta una cucina piena di persone.
Una frase che continua a vivere.
Un gesto semplice che attraversa il tempo.
E in quella semplicità, sorprendentemente, c’è pace.
